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CARLO LEVI tra realtà e poesia. Pittura e Storia FILM

COMUNICATO STAMPA → Ricordando Carlo Levi nel 50° dalla sua scomparsa fisica e per il Trentennale della prima grande Mostra commemorativa inaugurata a Palazzo Venezia a Roma dal Presidente della Repubblica e con un livello di ufficialità altissimo è stato realizzato il Film dal titolo Carlo Levi tra realtà e poesia. Pittura e Storia. Presentazioni, interviste e testi di Marco Bussagli, Antonio del Guercio, Claudio Strinati, Gianpaolo Berto, Jean-Paul Sartre. Musiche composte da Louis Siciliano con The Secret of Mansa e Aerøhead con Lights Of Elysium, eseguite da Salvina Maesano e la voce narrante di Sonia Barbadoro. Regia di Margot Ruggiero. Dal testo di presentazione di Marco BussagliNon coinvolge solo volti e sguardi la Comédie Humaine dipinta da Carlo Levi, ma anche oggetti, paesaggi, animali e scorci, anche se il punto di partenza e quello di arrivo è sempre la figura umana. Nasce ritrattista Carlo Levi e il suo diario scritto per immagini s’intreccia con quello dipinto con le parole che lo hanno condotto fino ad Eboli dove ha visto Gesù in faccia. Non si tratta, infatti, di una galleria di antenati messi in posa davanti al Pittore di corte, ma di uomini e donne fissati dallo sguardo dell’Artista che ha trasferito sulla tela quel frammento di vita irripetibile sottraendolo al tempo che scorre. Non una fotografia, attenzione … ma un’impressione che Levi mette più o meno a fuoco secondo l’epoca in cui dipinge. Nitida da giovane e sempre più sfilacciata con l’avanzare degli anni. Non si pensi, però, a un progredire lineare e graduale da un punto all’altro. Ars facit saltus a differenza della natura che, per come la conosciamo, è in armonico divenire. L’arte, collettiva e individuale, no! S’intrufola nelle pieghe dell’anima… va avanti e torna indietro. Si ferma e scatta improvvisa e … lo stile segue gli stessi singhiozzi. Levi, in questo senso, non fa eccezione, con l’aggravante, per così dire, che le variazioni di percorso aumentano la poesia. Si scopre, allora, la fragilità di un’umanità precaria che una pittura umbratile e materica restituisce a chi guarda. L’arte di Carlo Levi, infatti, non vuole avere nulla di eroico e roboante, in contrasto con certa retorica allora contemporanea. In mezzo a questo lungo percorso, c’è la grande cesura della guerra e allora l’Artista affonda il pennello nel tubetto del rosso che pare sgocciolare sangue. Poi … la rinascita dei tronchi d’olivo e delle radici del carrubo … anch’essi protagonisti della Commedia Umana. Ricorda Antonio Del Guercio … Ho avuto la ventura di accompagnare l’Opera pittorica di Carlo Levi in due rilevanti occasioni, , dal catalogo realizzato in occasione della Mostra di Roma, a Palazzo Venezia. Ora questa nuova occasione mi consente di riprendere le fila di un discorso avviato molto tempo fa, e, saggiando le mie stesse proposte critiche precedenti, di apportarvi qualche ulteriore precisione in vista di quella che penso debba essere la corretta collocazione storico-critica di Levi Pittore. II quale, va detto subito, soffre di un non sufficiente impegno della Critica d’Arte dai primi anni Settanta sino ad oggi. E questo, a spicco d’una ricca letteratura critica alla quale anteriormente avevano contribuito, con non poche pagine illuminanti, Storici dell’Arte e Letterati, Poeti e Critici letterari, da Nicola Chiaromonte a Sergio Solmi, da Carlo Ludovico Ragghianti a Lionello Venturi, da Italo Calvino a Corrado Maltese, da Giovanni Carandente ad Alberto Moravia, da Franco Antonicelli a Mario Soldati, da Pablo Neruda a Jean-Paul Sartre, da Dominique Femandez a Pier Paolo Pasolini, da Mario De Micheli a Virgilio Guzzi, da Lorenza Trucchi a Marcello Venturoli. Per non dire degli interventi di Artisti, da Renato Guttuso a Mino Maccari. E altri ancora, dei primi come dei secondi, se ne potrebbero aggiungere. È lecito chiedersi in che misura la porzione più tipologicamente realista della Pittura di Levi negli anni Cinquanta, e, d’altra parte, un fraintendimento di tale esperienza, abbiano pesato sugli specialisti della Critica d’Arte nel far loro più o meno consapevolmente o implicitamente ritenere che vi fosse quasi subalternità della Pittura sua, rispetto alla scrittura; oppure, che essa, in quella fase, fosse una sorta d’intervento sociale immediato per immagini. Non è affatto così, come si può intendere se solo si considerano le diverse fasi di lavoro e di ricerca di Levi dentro la continuità intima della sua lunga storia di Pittore, dai primissimi anni Venti sino alla scomparsa nel 1975. … Nel suo saggio del 1948, Ragghianti aveva perimetrato l’area delle interlocuzioni formative di Levi fra Modigliani, per breve momento, l’espressionismo, Matisse, Bonnard, Soutine, Van Gogh e la lezione dell’impressionismo. Penso che la recensione di Ragghianti possa essere completata con Jules Pascin, almeno; ma conta di più rilevare che, in ultima analisi e aldilà delle più diverse caratterizzazioni iconografiche e narrative, Levi propone due direzioni, ognuna delle quali va a collocarsi, con decisa originalità e autonomia, dentro i due rami essenziali dell’apporto ebraico all’Arte del nostro tempo. Sono orientate, nella prima di tali due direzioni, le oscillanti lievitazioni di forme fluttuanti in uno spazio del tutto incompatibile con le tendenze in qualche modo stereometriche che Levi aveva pur manifestato nei primissimi esordi: ed è soprattutto dalla seconda metà degli anni Venti sino ai primi anni Trenta che questa tendenza espressiva si manifesta. Poi, durante il soggiorno in Lucania e successivamente, con passo che via via viene decisamente accelerato, prevale l’orientamento verso una Pittura più intensamente materiale. Queste due modalità attraversano la continuità iconografica sostanziale del suo svolgimento: i ritratti, i luoghi, gli oggetti quotidiani, i nudi, e, a partire dal tempo del confino, le figure del mondo contadino; come attraversano l’emersione più esplicita, a tratti, in un Narciso o in nudi femminili carichi di potenza evocativa, del dato mitopoietico che sta sempre calato nel nucleo profondo, primario e finalmente decisivo, dell’Opera sua. La qualità di oggetti assoluti e la risonanza biblica intervengono infatti anche nei momenti di maggiore affidamento ad un realismo tipologico, mettendo non poche Opere al riparo dalla vulgata realistica … Non a caso, forse, prendono gran rilievo sugli ultimi scorci dell’Opera sua, ripetutamente indagati, i grandi alberi di Aliano, i cui corpi, non trovo altro termine, si propongono al riguardante nei modi ormai scopertamente spiralici d’una Pittura che fa di materia forma e luce, una rifusa e inseparabile unità organicamente vivente. Precisa, ossia circostanziata nella oggettivazione della pulsante anatomia dell’albero, del ramo, del sottobosco, del frammento di paesaggio, del corpo umano, questa Pittura dell’ultima fase leviana è al tempo stesso dilatata a includere in sé la curvatura dello spazio illimite, e dà come risarcibile il rapporto dell’essere umano con il tutto. Umanizzazione della natura e naturalizzazione dell’uomo appaiono dunque come orizzonte non solo pensabile, ma formabile. Aggiunge Francesco Ruggiero Carlo Levi, figura complessa, riferimento dell’Arte moderna e contemporanea, laddove l’atmosfera culturale si sublima elevandosi aldilà degli smog invisibili e insidiosi di certa modernità immutante, calcificante la libertà creatrice, per farsi intatta di mito artistico, quel realismo magico di incontaminata natura immortale. Il futuro, affermerà lo stesso Carlo Levi, ha un cuore antico. Così unificò al grande obbligo di custode della salute quello dell’intellettuale e dell’Artista che ristabilisce gli aspetti indisponenti della modernità con la terapia della memoria delle origini, con la penna, il pennello e anche con lo scalpello. Trasformò il suo confino in Lucania, stabilito per la sua esemplare resistenza d’intellettuale, nell’isola felice di un mito costituito da madri e selve dense di potenziale culturale tutto da scoprire. Per lui è la Futilità, il lasciar scorrere di Severino, il Satori dello Zen, l’ermetico lasciare la presa, il pensiero indialettico e predialettico, il pensiero cioè quando è prima di essere parola, il nulla indistinto, emendato dai pensieri parassitari, il momento intemporale dell’amore. Offrì sé stesso, nell’età del secondo dopoguerra, a una presa causa di sollevamento e raccoglimento delle posizioni degli afflitti in Africa, Cina, Sud America e oltre … viaggiando e operando in tutto il mondo, come un lungo racconto itinerario di un viaggio senza fine, lasciando le persone sempre meglio di come le aveva incontrate. Si distinse nel panorama intellettuale nazionale e sovranazionale per la sua idea politica di una democrazia autonomistica che supplisse alle carenze di uno Stato lontano dalle condizioni del popolo più minuto, quello dei Contadini del Mezzogiorno, nostrano microcosmico, e di quello macrocosmico terzomondiale. Nella pittura seppe essere un attento innovatore indipendente, sin dall’inizio figurativo con tratti di espressionismo per poi incidere in cromie di cristallo danzanti di colori sferici, in ondulazioni vibranti, pietre ricche di venature iridescenti tagliate grezze, come l’irradianza caleidoscopica degli occhi azzurri nel suo Amalia e Lelle, e le fluttuanti immagini di pensiero rese colori, poièsi di goethiane metamorfosi cromografiche, rivelatrici delle sue più intime gamme, il rifugio nella selva madre oscura, l’indistinto primordiale dei suoi Amanti non narcisizzati nell’individuazioni di sé, non naufragati nel fisso del fatto. Seppe altresì così attraverso i suoi dipinti sulla Lucania, rivolgere l’attenzione del mondo sui suoi Cafoni dimenticati dai Luigini che sono schiavi del tempo d’immutabili Dèi padroni, resi non più vivi miti, ma sterili rappresentazioni. Giacché in un tempo in cui l’Arte, la mitologia e la religione erano codificati dai regimi, egli seppe osservare, insieme a Gentile e a Severino, che gli incasellamenti non sono che Paura della Libertà, Paura della Pittura, dell’Arte per la quale in coraggio di libertà essa è l’impulso creatore puro del pensiero indistinto, l’Oltre, che, libero di significazioni, produce miti viventi di realismo magico, ma nell’uomo che ha paura della libertà decade e si sclerotizza in religione, ovvero, in ciò che è legato, tale l’etimologia della parola, in … quel figlio poco rispettoso del sacro in cui il Mito fresco perde la sua immediatezza e s’irrancidisce divenendo significato di altro, simbolo negativo che aliena la civiltà facendone l’immutabile di Severino che in Levi si supera con lo Streben dell’Arte, di quella vita in quanto vincolo perpetuo, in costante risoluzione di qualsiasi ostacolo sia materiale che spirituale. Anche quando tre anni prima della morte lo colse un’omerica, ma non edipica, cecità per distacco della retina, non smise di essere Artista, demiurgico e umanamente divino del suo proprio mito di vita, disegnò e scrisse mediante un dispositivo a griglia da lui stesso ideato, il Quaderno a cancelli, con accanto, come sempre, il suo allievo, amico Artista, Gianpaolo Berto.

 

CARLO LEVI Tra Realtà e Poesia. Pittura e Storia FILM |Testimonianze raccolte nei testi pubblicati dalla collana Carte Segrete

di Domenico Javarone Ritratto di un autoritratto … Carlo Levi appartiene ormai alla storia della cultura europea. La sua personalità di pittore e scrittore si colloca fra quelle più vivamente impegnate nel dibattito che ha caratterizzato il mondo estetico non soltanto italiano di questi ultimi cinquant’anni. Un impegno civile politico e artistico che si è sempre risolto sul piano della ricerca e della verità in un approfondimento di motivi autenticamente umani e universali.

di Mario De Micheli Levi pittore … La pittura di Carlo Levi costituisce una sorta di scandalo nella vicenda dell’arte contemporanea italiana: è una pittura che non si sa bene come definire e collocare, che non rientra nei canoni del gusto, nella logica delle tendenze, nel gioco dei gruppi. È una pittura, cioè, che sfugge a quegli schemi critici di comodo, lucidi e tranquillizzanti, dove di solito sono ammessi soltanto gli artisti “neutrali” o dove, se per caso se ne incontra qualcuno di natura diversa, è segno che è stato accuratamente esorcizzato, in altre parole svisato in ogni suo possibile significato eversivo

di Alberto Moravia Carlo Levi … Alla fine dunque bisognerà pur chiamare Levi un espressionista? Si potrebbero fare vari nomi a proposito dell’espressionismo di Carlo Levi: da Van Gogh a Modigliani, da Soutine a Kokoshcka. Fissato nel suo narcisismo, Levi ne proiettava la luce benigna e solare sulla bohème artistica di Parigi. Nei quadri in cui l’oggetto contemplato è la donna durante l’amore, l’altro scompare completamente in quanto diventa un altro Carlo Levi.

di Carlo Ludovico Ragghianti L’umanesimo e l’Arte di Carlo Levi … Dal 1940 al 1943, Levi compieva alcune fra le opere più dense di nuove vibrazioni, di una emotività quasi ansiosa, e sceglieva sintomatiche figure di uomini dal fisico travagliato da sedimenti di passioni di eredità e vizi, o nature morte di bacche, di involucri o di funghi, ambigue forme fra l’animale, il vegetale e il marino, al confine di ogni modo di vita, composte in inediti, allucinanti grovigli, in un fermento paurosamente silenzioso. E vorremmo vedere l’Arte di Levi misurarsi con grandi teleri, con vaste muraglie e soffitti e cubature, perché sul nitore delle vergini superfici egli varrebbe a rinnovare qualche vertiginoso portento tiepolesco.

di Antonio Del Guercio Per Carlo Levi pittore … Così la composizione in Levi non è mai bloccata in rapporti d’equilibrio puramente visivi, ma tende al discorso ininterrotto e cerca piuttosto la propria organicità nella saldezza del nucleo di fatti e di sentimenti che essa deve tradurre in immagini. Nel senso di una concezione della pittura come arte della misurazione del tempo storico nel suo flusso ininterrotto, non ricomponibile se non nella distesa stessa di quel flusso nella sua realtà globale-incarnata, al livello dell’individuo attivo nella storia, lungo un intero corso di vita nelle sue diverse articolazioni, dagli affetti privati all’azione sociale, dalla meditazione teorica alla costruzione di immagini poetiche.

di Renato Guttuso Per Carlo Levi … Carlo Levi era bellissimo, teneva la testa aureolata di capelli biondi. Un perenne sorriso. Era per me un eroe in ogni senso: un Maestro in pittura, e, in pittura, anche, per me, portavoce dell’Europa; un compagno di antifascismo. Dopo quell’incontro avvennero molte cose nella nostra vita e nella vita di tutti i giorni. Per lui, ancora carcere e confino fino ai giorni della resistenza, alla notte che dormimmo accampati sulla terrazza del mio studio di via Pompeo Magno, assieme a compagni arrivati da varie parti. Continuo a credere che, benché notissimo, Carlo Levi pittore sia abbastanza sconosciuto. Naturalmente egli è un Pittore molto famoso, ma io dico che la sua pittura è sconosciuta non perché essa sia oscura, o intellettualistica, ermetica. Al contrario proprio perché non lo è, perché è piana e leggibile, perché è diretta e racconta volti, natura, cose, con la semplicità che è connessa al dono della Pittura.

di Sergio Solmi Pitture di Carlo Levi … Per esprimersi all’ingrosso, il temperamento artistico del Levi mi sembra consistere nell’incontro tra una acuta, versatile intellettualità e una sensibilità nuda, per così dire a nervi scoperti, con un che, nelle sue espressioni più intense, di evidenza allucinata. L’intelligenza produttrice di schemi e di stili, l’esperienza culturale, non hanno tuttavia in lui il compito, come in altri pittori d’oggi, di offrire legamenti e sovrastrutture ai dati della sensibilità profonda, o elaborazione ulteriore di essi in vista di risultati composti, spesso ispirati a compiaciute mitologie estetiche.

di Italo Calvino Gli Amanti Parlare d’amore è diventato difficile. Carlo Levi esprime la coscienza di vivere in una condizione storica d’estrema precarietà, sempre sull’orlo dell’arbitrio o del massacro, e insieme la coscienza d’una felicità raggiungibile dalle braccia dell’uomo, la possibilità di realizzare la propria libertà in un rapporto pieno con la vita, un rapporto di cui amore e poesia non dànno, non sono, che i più riconoscibili simboli e annunci.

di Pablo Neruda Nel suo studio il Sole non tramonta Mentre mi ritraeva nell’antico studio, il crepuscolo romano discendeva lentamente, i colori si attenuavano come se il tempo impaziente rapidamente li consumasse; si udivano i clacson delle automobili che correvano verso le strade della campagna, verso il silenzio, verso la notte stellata. Sprofondai nell’oscurità, ma egli continuava a dipingermi. Il silenzio finì per divorarmi, però egli seguitava forse a dipingere il mio scheletro. Perché i casi erano due: o le mie ossa erano fosforescenti, o Carlo Levi era un gufo, aveva gli occhi scrutatori dell’uccello della notte. Compresi che quest’uomo spazioso mi avrebbe salvato con i suoi raggi, sollevandomi infine dalla poltrona, fino al cinematografo, fino alla notte stellata, fino all’Oceano che mi appartiene. Però seppi che sarei rimasto sempre lì, nella sua tela, nella sua mente, e che non avrei mai più potuto distaccarmi da Carlo Levi, dalla sua chiaroveggenza, dal suo sole, dal suo crisantemo, dai suoi serenissimi occhi che scrutano le cose e la vita. Tale è il potere di questo mago. Dopo molti anni, qui, scrivendo nell’ora del crepuscolo, nella mia casa volta alle onde del Mar del Sud, mi sento legato a lui da quel crepuscolo romano, dal suo pensiero indimenticabile, dalla sua Arte consumata, dalla sua sapienza di grande uccello notturno che ha attraversato gli spazi senza mai abbandonarmi.

 


 

E come un lungo racconto, itinerario di un viaggio senza fine di questi primi rintocchi di un Orologio che non si rompe, nella prefazione di Cristo si è fermato a Eboli, Jean Paul Sartre celebra l’universale singolare di Carlo Levi … Quando si incontra Carlo Levi, a Mosca, a New York, a Parigi, … si è subito colpiti da una strana contraddizione: egli, dovunque si trovi, rimane il più romano dei romani, così che si crederebbe non abbia neppure lasciato Roma, o che se la sia portata dietro, simile, in questo, alla maggioranza degli italiani, ma nello stesso momento, è qui che ne differisce, sembra ritrovarsi dappertutto come a casa propria. Non per arroganza, certamente, o per spavalderia, ma per una sorta di naturale adattamento della sua personalissima vita alla vita quotidiana delle masse: sovietiche, indiane o francesi che siano. All’origine di una tale sensibilità, così acuita da consentirgli di regolare il suo passo su quello degli uomini che lo circondano, di sentirsi completamente a suo agio in una strada straniera, più, forse, che nel proprio appartamento, c’è la passione di vivere. Ma bisognerebbe dire, piuttosto, la passione della vita; poiché la sua singolare esistenza non può realizzarsi che attraverso una specie di amorosa curiosità per tutte le forme umane del vissuto … In Levi tutto si accorda, tutto si tiene. Medico dapprima, poi scrittore e artista per una sola identica ragione: l’immenso rispetto per la vita.

 


CARLO LEVI tra realtà e poesia. Pittura e Storia FILM | Opere esposte in Mostra