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FRANCO MULAS ’68 Pinacoteca Fondo Gottardo Mancini Montegranaro FM


COMUNICATO STAMPA → Sabato 1 Dicembre alle ore 18.00 si inaugura a Montegranaro in provincia di Fermo, presso la Pinacoteca Fondo Gottardo Mancini, la mostra Franco Mulas ’68, Opere realizzate negli anni 68-73. La Mostra sarà visitabile dal primo dicembre 2018 al 31 gennaio 2019. L’esposizione rientra nell’apertura della Pinacoteca dedicata alla figura del gallerista veregrense che ha operato nelle Marche dal 1977 al 2000, lasciando poi il testimone alla figlia Barbara fino al 2006. Da allora nel Seicentesco Palazzo Conventati abitano due Associazioni: la prima Philosofarte e la seconda che custodisce la collezione privata del Gallerista. Orari Apertura dicembre tutti i giorni dalle ore 18 alle ore 20 Gennaio dal giovedì alla domenica dalle ore 18 alle ore 20. Per informazioni 347 6890974. Dall’incipit del testo di Tommaso Di Francesco del catalogo pubblicato in occasione del vernissage alla galleria Andrè, di Roma, si legge: Attenzione. Saremo sommersi dalle celebrazioni più o meno ufficiali del Sessantotto che, come tali, vogliono celebrare, una convinzione revisionista radicata. Mirata a sottolineare magari l’aspetto “generazionale” ed edipico dell’esplodere della questione giovanile. Ma soprattutto, nella distanza, a denunciare che da quella protesta si sarebbe affermato l’individualismo sfrenato e una critica dello stato delle cose presenti così “troppo radicale” – sulla scuola, sul lavoro, sulla vita – da aiutare alla fine la reazione del capitalismo liberista (non ancora neo) e il ritorno delle forme storiche della rappresentanza politica dei partiti. La tesi reazionaria che questa “celebrazione” vuole affermare è che quel movimento, del quale è meglio tacere che fu planetario, sarebbe stato una tabula rasa che allontanò ogni alternativa possibile. – Il ’68 fa ancora paura, per questo motivo si tende a svalutarlo senza trovare il coraggio forse, di raccogliere la forza positiva ed i semi (che ci sono) di quell’Utopia allora risorgente e che oggi, nel disfacimento sociale, dell’ambiente e delle consapevolezze etiche, si potrebbe chiamare addirittura buon senso. Alcune radici si possono trovare nell’infiammato discorso di Mario Savio, figlio tra l’altro di un emigrato siciliano, quando aveva tenuto a battesimo il “movimento degli studenti” The Free Speech Movement, iniziato nel campus di Berkeley nel ‘64 … quando il 2 dicembre dello stesso anno aveva tenuto, di fronte ad una platea enorme di studenti, il suo discorso più famoso – Operation of the machine. Però molto è successo prima e dopo, mentre l’Italia ha mantenuto una sua specificità che andrebbe rivisitata, senza dimenticare la “nostra” prima ribellione dei giovani del dopoguerra, chiamata dei ragazzi con le magliette a righe, quando nel 1960 sotto il Governo Tambroni, un Sandro Pertini indignato, ricordato a Genova come u brighettu (il fiammifero) il 28 giugno accese la folla ricordando la Resistenza. Citando ancora Di Francesco, che definisce Franco Mulas … il Pittore non già del Sessantotto, ma sessantotto lui stesso, protagonista con altri milioni di esseri umani che in tutto il mondo, scendevano in piazza e dentro le loro esistenze, a riaffermare che ribellarsi è giusto. Perché, se la nostalgia del ’68 non va bene, la misura dei suoi contenuti gridati e mancati invece ci aiuta nel presente … Dobbiamo constatare che il lavoro iconico di questo artista scava nel profondo mentre le sue immagini non sono così innocue come si potrebbe pensare, anzi, costituiscono una sfida formale all’omologazione nella cosiddetta questione delle immagini, invadenti ed ipnotiche delle comunicazioni digitali. Prima di tutto quindi una forma di terapia di un linguaggio strutturato che organizza il pensiero, trasmette informazioni ed emozioni, poi non secondariamente, il radicamento delle stesse in un intervento “materico”, manuale, artigianale, vitale, concreto, non meccanico e ripetitivo. Basti vedere alcune delle sue tele che in questo occasione riemergono da una storia ancora viva, presente, dove le maschere assumono un significato mutevole ma riconoscibile, nella loro identificazione fissa con un personaggio nella commedia (umana) dell’Arte secondo un copione socio-politico che le sovrasta come un destino. C’è il Gilles che piange lacrime di sangue, cioè una maschera da Pierrot ormai corroso dalla tristezza, ovvero la maschera neutra che rappresenta ciascuno ma che vuole apparire in quello stato dell’essere di assenza dalle passioni, in uno stato d’equilibrio, di economia dei movimenti, mentre il sangue che fuoriesce ne denuncia il malessere profondo, ineludibile. C’è la maschera metallica del casco del robot- androide-poliziotto, che riflette come uno specchio impassibile e congela ogni emozione. Essi circondano il Gilles con la bandiera ancora avvolta in mano, in L’immaginazione non ha preso il potere, Nous sommes tous indesiderables In Nous sommes tous indesiderables, la maschera è divenuta un fagotto, un turbante improvvisato che cela il viso, mentre il manifesto lo rivela in effige, semi- strappato ed urlante. C’è una moltitudine di Maschere in un altro dipinto, che circondano quella sofferente ma impassibile del Gilles, questo quadro rimanda anche prepotentemente all’opera Cristo porta-croce un dipinto autografo di Hieronymus Bosch, dove il viso della vittima sacrificale è circondato da visi mostruosi, maschere essi stessi. In Ritorno all’ordine invece la maschera è caduta ai piedi della scalinata incombente, da dove parte anche l’inquadratura che trasmette tutta la durezza della nuda pietra. Infine in Occidente la maschera, ovvero il casco di un guerriero, è messo a confronto con una statua, non a caso sembra il famoso Pensatore che Rodin, a sua volta, aveva tratto ispirazione dal Pensieroso, scolpito da Michelangelo per la Tomba di Lorenzo de’ Medici. Per concludere con le parole di Lorenzo Canova … In cinque decenni, Franco Mulas ha tracciato un arco lungo e ricco di capitoli iniziato con una figurazione di grande rigore che ha saputo raccogliere sollecitazioni internazionali e lo stimolo decisivo della Pop Art americana, con espliciti omaggi a James Rosenquist, che però non si declinano nella linea di una banale imitazione di modelli d’oltreoceano, ma che si collocano in modo autonomo e del tutto personale in un più ampio contesto italiano ed europeo, dove il pittore raccoglie anche le suggestioni di Francis Bacon sul dinamismo e la destrutturazione della figura in opere dove la critica di quegli anni ha colto la dimensione di critica all’Iperrealismo, avvicinando piuttosto Mulas ad artisti come Vespignani, Guerreschi o Cremonini o anche Ipousteguy, senza dimenticare gli echi più distanti della pittura di Hopper.

 


 

FRANCO MULAS cenni biografici

Franco Mulas nasce a Roma nel 1938. Studia pittura all’Accademia di Francia a Roma, città in cui tuttora vive e lavora. La prima Mostra personale, con una presentazione di Renzo Vespignani, si tiene alla Galleria Sagittario di Bari nel 1967. Espressione significativa della formazione dell’Artista risulta la prima serie di quadri: Week-end, Omaggio a Rosenquist, del 1967-1968. Fra il 1968 e il 1969 dipinge una serie di dipinti ad olio su tavola, ispirati al maggio francese e alla contestazione urbana. Entrambe le serie vengono proposte in varie esposizioni, IV Biennale d’Arte di Bolzano del 1971, Mostra Rivolta e Rivoluzione a Bologna tra il novembre 1972 ed il gennaio 1973, Mostra Italienische Realisten 1945 bis 1974 a Berlino nel 1974. Sempre prendendo come soggetti i problemi della violenza e l’oppressione dei mass media, Mulas elabora due nuove serie di dipinti: nel 1971 e 1972 le Pitture nere, nel 1974 e 1975 gli Itinerari. Un’Opera della prima serie viene esposta alla X Quadriennale di Roma del 1973, le seconde sono invece presenti nelle personali tenute a Milano, Galleria 32 1972, a Roma Galleria La Nuova Pesa, 1974 e a Firenze Galleria Santacroce, 1975. Nel 1980 espone alla Galleria Il Ferro di Cavallo di Roma Autoritratto Identikit, quattro autoritratti frontali costruiti con la tecnica dell’identikit; l’Opera verrà ripresentata l’anno successivo alla Mostra Arte e Critica presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Nello stesso anno 1980 la XXXIX Biennale di Venezia presenta la sequenza L’Albero rosso di Mondrian, inserendo l’Artista, impegnato in una nuova definizione del rapporto natura-storia, nella sezione Architettura GRAU. In questa stessa prospettiva si possono inserire le ultime produzioni, dalle Opere presenti nella Mostra Finzioni a Roma, alla Galleria Ca’ d’Oro, 1985, fino alle più recenti della serie Big Burg. Un’antologica, con Opere dal 1967 al 1991 si è tenuta nel 1991 a Palazzo Braschi in Roma. Un’importante Mostra di Mulas dal titolo Dipinti 1980-1998 si è tenuta a Palazzo dei Priori di Volterra nel 1998. Della fine degli anni Novanta è l’impegno al nuovo ciclo pittorico Schegge, esposto a Teramo alla Galleria Forlenza nel 2005, ed insieme ai cicli Finzioni e Big-Burg, all’EXMA di Cagliari. Nel 1989 vince il Premio Presidente della Repubblica per la Pittura. Nel settembre 2000 è nominato Accademico Dell’Accademia Nazionale di San Luca. Nel 2011 viene invitato alla 54° Biennale di Venezia. Nel 2013 al Museo Bilotti di Roma espone il ciclo Spaesaggi. Nel luglio del 2017 presenta presso il Palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno la Mostra Defrag. Opere 1967-2017, realizzando anche lo Stendardo della Quintana del 2017.

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