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ARCAI MICHELE mostra collettiva III Millennio Michele


COMUNICATO STAMPA → Si inaugura il 28 Settembre 2018 alle 18.00, curata da Francesco Ruggiero e coordinata da Javier Stacchiotti, la Mostra dal titolo III MILLENNIO MICHELE. La Mostra, allestita negli spazi espositivi dell’Istituto Romano di San Michele, sarà visitabile fino al 13 Gennaio 2019. Il 29 Settembre si celebra la festa liturgica del Santo Arcangelo Michele, il cui significato del nome in lingua ebraica è … Chi è come Dio? San Michele insorge contro Satana e i suoi angeli ribelli. E’ Arcangelo o Angelo per tutte le religioni del Mediterraneo: Cristianesimo, Chiesa Cattolica Romana e Ortodossa, fede Anglicana e Luterana, Ebraismo, Islamismo. L’Arcangelo guerriero, rappresentato dal Medioevo in poi attraverso i diversi modelli iconografici adottati dagli Artisti nell’arco dei tempi, da Giotto a Raffaello, da Tintoretto a Piero della Francesca, a Guido Reni, da Gentileschi a Delacroix, riconferma la sua forza evocativa nella contemporaneità delle Opere con le quali gli Artisti, partecipando a questa Mostra che si inaugura il 28 Settembre, interpretando e documentando, rendendone riconoscibile la matrice, riallacciano il rapporto tra Arte e Spiritualità, tra umano e divino, tema lineare e fuggitivo e spesso rimosso, ma arcano rimando contenuto nel nome stesso dell’Angelo. Per coloro attenti alle dinamiche spirituali il giorno di San Michele è una delle più grandi Feste e come tale, in ogni parte del Mondo, essa viene ricordata e celebrata. L’Arcangelo Michele è colui che aiuta l’uomo a sviluppare l’intelligenza, superare l’egoismo di tipo materialistico, autentico male dei nostri giorni. L’obiettivo è conciliare Fede e Scienza. L’immagine di Michele che tiene la sua spada puntata sul drago è per l’Uomo un grande … appello rivoltogli per l’azione interiore, affinchè, … facendone una Festa di liberazione da ogni timore o paura, una Festa dell’iniziativa e della forza interiore, una Festa che sia un appello all’autocoscienza scevra dall’egoismo, egli impari a festeggiarla. Michele è l’Arcangelo dell’Europa, lo Spirito del tempo. Egli ha assunto l’impegno di realizzare una Comunità Fraterna Europea con l’obiettivo di dare vita a un popolo di fraternità europea e, nel tempo trascorso sinora, si è teso a realizzare un unità Europea incoraggiando l’Uomo verso una dimensione etica e morale differentemente dalla pratica esteriore legata esclusivamente ai problemi economici. Sia Artisti che Curatori si sono chiesti … CHI e COSA è l‘Arcangelo Michele? Le visioni, che sono raccolte nella Mostra e contestualmente nel Catalogo, sono il contributo contemporaneo dell’Arte all’universale quantità di rappresentazioni che questa figura arcaica e archetipica ha ricevuto nel tempo. Uno storico incontro, risultato della ricerca e della partecipazione unanime di Artisti contemporanei che alle soglie del III Millennio aggiornano la figura magnificente dell’Arcangelo Michele, come un lungo racconto itinerario di un viaggio senza fine. Ogni Artista parteciperà con una propria Opera realizzata in occasione e per la Celebrazione espositiva.

Espongono gli Artisti  

Angelo Aligia, Stefanos Armakolas, Gianpaolo Berto, Franca Buscaglia, Antonella Cappuccio, Isabella Collodi, Luciana De Angelis, Elena Dell’Andrea,  Martina Donati, Marjan Fahimi, Angelo Falciano, Flavia Fanara, Valentina Faraone, Piero Fornai Tevini, Cristina Gherlantini, Andrea Giuliani, Javier, Nino La Barbera, Giorgia Marzi, Ugo Molgani, Maya Nagy, Vito Palladino, Arcangela Parisi, Bruno Pierozzi, Pinoboh, Vinicio Prizia, Andrey Protasov, Salvatore Provino, Ilaria Rezzi, Fabiana Roscioli, Franco Salemme, Daria Salerni, Sara Sajeva, Rocco Sciaudone, Alessia Severi, Ugo Spagnuolo

 


 

TESTI DAL CATALOGO DELLA MOSTRA III MILLENNIO MICHELE

Michele, l’Arte di essere come Dio (… studio realizzato e pubblicato sul Catalogo della Mostra titolata III Millennio Michele dal curatore Franceso Ruggiero e dal Maestro Gianpaolo Berto). Platone disse che l’etimologia è molto importante per penetrare l’essenza dei nomi. Vogliamo quindi seguire in un primo tempo il suo consiglio approssimandoci alla conoscenza dell’Arcangelo Michele unicamente dal punto di vista etimologico, per poi passare ad altri orientamenti. Il nome Michele deriva dalla parola Mi-Ka-El che in aramaico vuole dire Chi è come Dio?. Michele nelle tradizioni che lo contemplano è un Arcangelo. La parola Arcangelo è composta di due lemmi greci, arché che significa principio e anghelòs che significa messaggero ma anche notizia da cui la parola vangelo, da eu anghelòs che significa buona notizia. In una prima analisi quindi le parole Arcangelo Michele potrebbero essere interpretate in due modi: nel senso di un Angelo del principio, o che era in principio, quindi presso Dio, anche come notizia del principio. Questo lo porta a identificarlo con la Parola del prologo del Vangelo di Giovanni. Il secondo modo d’interpretare le parole Arcangelo Michele è quello di un Angelo del principio (Arcangelo) che è come Dio. Tuttavia anche questa interpretazione si unisce alla prima, se la Parola, che era in principio presso Dio viene considerata essere come Dio. Ricordiamo che questo è solo un esercizio di approccio esclusivamente etimologico di questo studio. In seguito ne saranno adottati altri. Le parole Angelo del Principio richiamano alla mente anche quelle del Figlio dell’Aurora del Profeta Ezechiele del Vecchio Testamento. Quindi all’esame etimologico si rileva anche questa possibilità, che se il Principio e l’Aurora fossero la stessa cosa, l’Angelo del Principio, colui che è come Dio, sarebbe anche il Figlio dell’Aurora di Ezechiele. Tuttavia la Tradizione stabilisce che il Figlio dell’Aurora è Lucifero, Satana, quindi sarebbe l’Angelo ribelle, non l’Angelo fedele. Infatti è assai presumibile che il Principio venga ancora prima dell’Aurora e che quindi il Figlio dell’Aurora sia successivo all’Angelo del Principio. Nella Tradizione, Michele combatte contro Lucifero e lo sconfigge. Viene da domandarsi come abbia fatto Michele a vincere l’Angelo più bello e forte mai creato da Dio. Si potrebbe pensare che siano fratelli, l’uno primogenito e l’altro secondogenito di Dio. In una concezione fantascientifica, come quella della simulazione virtuale proposta da Elon Musk dove Dio sarebbe paragonabile a un sistema operativo informatico, Michele e Satana potrebbero essere le copie di backup e/o i duplicati di un unico programma sorgente, oppure uno dei due sarebbe il programma sorgente e l’altro il duplicato. Tuttavia adottando la regola del rasoio di Okham per cui la risposta più semplice è quella che tende ad essere la più vera, Michele avrebbe sconfitto Satana semplicemente perché era l’Angelo che credeva in Dio più di tutti gli altri quindi Dio gli avrebbe infuso la Sua forza più che in altri e quindi sarebbe stato Lui a sconfiggere il Ribelle. Da allora sarebbe divenuto comandante in capo delle milizie celesti regolari. Questo era l’approccio etimologico all’Arcangelo Michele. Vedremo ora l’approccio storico e comparativo, ripercorrendo l’inizio e la raffigurazione del Principe del Cielo nelle tradizioni religiose o di altro tipo che lo hanno contemplato. Partiremo dalla più antica fino alla più recente. In seguito vedremo anche altri collegamenti fatti da vari studiosi delle religioni comparate (Giuseppe Tucci, Mircea Eliade, Pio Filippani Ronconi, René Guénon) tra l’Arcangelo e alcune figure divine del mondo pagano di varie regioni del mondo. Vedremo infine per brevi accenni l’immenso ruolo occupato dall’Arcangelo Michele nell’Arte. L’Arcangelo guerriero compare per la prima volta nella Storia nel sistema religioso ebraico, con la sua complessa angelologia dove le entità angeliche sono suddivise in nove ordini con funzioni analoghe a quelle degli apparati all’interno dell’organismo. Nella tradizione ebraica biblica Michele compare solo alla fine del libro di Daniele e in realtà non combatte contro il Drago perché non c’è un Satana definito. La stessa attribuzione del Figlio dell’Aurora al Lucifero della tradizione cristiana è in realtà dubbia dal punto di vista ebraico perché il testo di riferimento, quello di Ezechiele, si riferisce al principe di Tiro, non a un’entità sovrannaturale. Quindi a meno che i principi, i re e i sovrani erano considerati dagli esegeti ebrei entità sovrannaturali non umane, dobbiamo escludere attraverso la nostra dimostrazione per assurdo l’esistenza di una lotta nei cieli nel pensiero ebraico. Questa assenza potrebbe spiegarsi, ma è solo una vuota ipotesi, con la possibilità che nessun ebreo nasceva nell’antichità in condizioni disagiate, quindi era un Popolo che non aveva nessun bisogno di spiegarsi l’origine del male, anche perché grazie alle sue eccelse regole igieniche conservate nei libri della Torah, Levitico e Deuteronomio aveva un’esperienza molto limitata delle malattie. In un’interpretazione più semplice, basata anche sul libro di Giobbe, assai successivo a quelli del Pentateuco, il Popolo ebraico vedeva le sventure venire direttamente da Dio e dalla Sua imperscrutabile volontà. Per loro Dio è da amare ma soprattutto da temere. La Torah è ricca di esempi a riguardo, soprattutto il libro di Esodo. Con ogni probabilità nella concezione ebraica Dio poteva essere tranquillamente ritenuto la sorgente diretta delle sventure perché non era mai esistita nella storia del Popolo ebraico la concezione di un Dio di amore infinito come la portò il Cristianesimo. In una concezione come quella cristiana invece si è sentito il bisogno di attribuire le disgrazie a un essere diverso da Dio e opposto a Lui perché risulterebbe altrimenti troppo difficile spiegare come un Dio di amore infinito possa far esistere tanto male nel mondo. Inoltre senza la risposta a un tale problema i contadini avrebbero pensato un po’ troppo ad essa, rischiando di diventare tutti dei Nietzsche, cosa che secondo i sostenitori del marxismo e del darwinismo sarebbe stata poco desiderabile per i pastori di tali pecorelle. Nella tradizione cristiana formulata nel Concilio di Nicea, la figura di Michele compare come vincitore su un Lucifero ribelle vanitoso e invidioso del potere di Dio. Secondo questa tradizione credette di poter fare una creazione più bella di quella di Dio perché cadde in superbia, perché divenne vanitoso, perché era l’angelo più bello, creato da Dio quindi non avendo uguali si insuperbì. Gli angeli si divisero tra chi parteggiò per Dio e chi per Satana. Secondo Dante Alighieri ci furono anche Angeli che non presero le parti di nessuno dei due. Dante li relega tra gli Ignavi nell’Antinferno. Gli Angeli di Satana divennero diavoli.In questa tradizione tuttavia Michele non sta a capo degli Angeli più alti, i Serafini, bensì degli Arcangeli, il grado sopra quello degli Angeli. Nelle dottrine gnostiche di ispirazione cristiana non compare la figura dell’Arcangelo Michele, ad accezione dell’Ascensione di Isaia e nell’Apocalisse della Madre di Dio. La grande tradizione religiosa che nacque dopo quella cristiana e incluse l’immagine dell’Arcangelo Michele è quella fondata dal Profeta di Medina sotto l’ispirazione dell’Arcangelo Gabriele (Gabril): l’Islam. In questa tradizione religiosa Michele viene chiamato Mika’il. Secondo alcune correnti istruisce il Profeta insieme all’Arcangelo Gabril. Combatté contro Iblis, il Satana dell’Islam. Iblis non voleva servire gli uomini creati da Dio allora si ribellò e Mika’il lo sconfisse. Cinque secoli dopo, nel 1054 d.C. ci fu il Grande Scisma che diede luogo alla Chiesa Ortodossa. In questa tradizione Michele è molto adorato attraverso le immagini dette icone di origine bizantina. La figura di Michele rimane invariata nella Riforma Protestante di Lutero. È interessante osservare che le guerre di religione sono state combattute sempre nel nome di Dio o di Gesù Cristo ma mai direttamente nel nome dell’Arcangelo Michele. Dalla metà del XIX secolo in Europa sono comparse correnti di pensiero religioso dette avventiste che identificano l’Arcangelo Michele nella persona di Gesù Cristo. All’inizio del XX secolo sono comparse in Europa altre correnti come l’Antroposofia di Rudolf Steiner. Essa è stata di vario indirizzo, non solo religioso, anche sociale, artistico, pedagogico, culturale. Asserisce di non essere mistica dicendo che la sua via del pensiero non è nebulosa come le vie del sentimento propriamente mistiche. A tal fine asserisce che esistono due Demoni, non uno solo. Uno Arimane, è preposto alle tentazioni materiali, uno Lucifero, è preposto alla tentazione spirituale di fuggire dalla realtà per agire in mondi illusori, condivisi con altri ma diversi dal mondo spirituale oggettivo. La Scienza dello Spirito (altro nome dell’Antroposofia) afferma che con La Via del pensiero non si cade negli inganni di Lucifero (con le mistiche invece sì) e si accede al vero mondo spirituale oggettivo. Dal punto di vista religioso l’Antroposofia individua nel 1879 un’importante lotta spirituale combattuta tra l’Arcangelo Michele e Satana, chiamato con il nome persiano di Arimane. Da allora la lotta in Cielo sarebbe stata vinta da Michele ma continuerebbe nelle Anime degli uomini. Il concetto sembra simile a quello del fondatore della Kabbalah rivelata, Michael Leitman, il quale afferma che dal 1879 il mondo spirituale ha voluto rendere accessibile anche ai profani il sistema di conoscenza kabbahlistico. A indirizzi simili a questo si ricollegano anche gli studiosi di religione comparata come René Guénon, Mircea Eliade, Giuseppe Tucci, Pio Filippani Ronconi. Hanno sviluppato in questo campo il contributo dato a suo tempo da Voltaire con il suo Dizionario Filosofico, che ha descritto per la prima volta nella Storia in modo accessibile a tutti le dottrine più lontane ed esotiche accanto a quelle classiche e mitologiche. Secondo questi studiosi la figura dell’Arcangelo Michele è ricollegabile a varie divinità come Apollo, Mitra, Indra, Widar. Tra gli argomenti a favore riportano le similitudini nelle raffigurazioni delle divinità pagane con quelle dell’Arcangelo Michele in Santuari dedicati a Lui, soprattutto i famosi Sette Santuari della Linea di Michele. Si tratta di una retta che attraversa tutta l’Europa dalla Cornovaglia a Israele passando in Italia per la Val di Susa e il Gargano. E’ una linea che prolungata arriva fino alla punta meridionale della Groenlandia, e dall’altra parte fino alla punta meridionale dell’India e alla Nuova Zelanda. Il suo centro esatto risulta essere Israele. Tali studiosi risaltano anche il fatto che quei Santuari come altri sono stati eretti su Templi pagani. Secondo quei ricercatori ciò fu per continuare il culto di tali divinità pagane vestendole di cristianità per confermare una unitarietà trascendente dei vari orientamenti religiosi mistici e spirituali. Infine l’Arcangelo Michele è stato motivo di grande ispirazione per l’Arte di tutti i tempi. … Vedi? Quando la materia di manifesta, proietta un’ombra scura, perchè è materia. Dio è puro spirito e dunque quando si materializza non può manifestarsi se non attraverso la luce. La luce non è altro se non l’ombra di Dio … Michele proviene dal caos originario, è primus inter pares, il flusso astrale che segna la Terra nel combattimento finale contro la Luce delle tenebre. Santo e Giudice, difende dalla paura del buio, protegge e guarisce chi verrà alla luce: San Michele Giudice e Guerriero, venerato dai Longobardi, e San Michele Patrono delle messi e della fertilità, venerato dai Bizantini. Rappresentato come un dignitario bizantino in una delle Pale d’altare più belle di Coppo di Marcovaldo, l’Arcangelo è in trono con le ali spiegate, col globo crucifero simbolo del potere di Cristo nelle sfere celesti, e nella mano destra al posto della verga orientale del guaritore ha la lancia a ricordare l’inclinazione guerriera che domina tutta l’iconografia occidentale dell’Angelo. Le storie si leggono partendo da destra in alto : nel primo riquadro Dio consegna la verga (poi spada o lancia) a San Michele; nel secondo questi soprintende alla preparazione del Trono celeste, simbolo del Giudizio finale; nel terzo combatte il demonio; nel quarto compie un miracolo (probabile quello legato alla fondazione del primo Santuario a lui dedicato (dai Longobardi già intorno all’anno 500, quello del Gargano); nel quinto appare a un Vescovo e nel sesto il Papa Gregorio Magno gli dedica Castel Sant’Angelo a Roma. Tra le sue rappresentazioni iconografiche più interessanti, dal punto di vista simbolico, ricorre quella in cui l’Arcangelo pesa con una bilancia le anime dei morenti, come nel Pannello di Bernardino Zenale e in tanta Pittura ad affresco e tra le Sculture nelle Chiese romaniche e nelle tavole dorate di pittori tardo gotici come i Crivelli secolo XV. Si tratta della pesatura dell’Anima e ha origine nell’Antico Egitto: il relativo rituale, in particolare, è stato trascritto nel Libro dei Morti e rappresentato negli affreschi delle tombe egizie. È un Santo che viene dal passato remoto della storia e le sue interpretazioni ne hanno scandito le trasformazioni di Cultura e stile. Michele pesa le anime come Anubis degli Egizi, le traghetta nell’aldilà come l’Ermes dei Greci, ma sopratutto sprofonda Lucifero nel cuore profondo della terra, quale paladino incontrastato della cristianità, celebrato dai grandi Maestri della Pittura italiana: statuario e fermo per Piero della Francesca, dal volto docile e fiero per Raffaello, attento e pronto nella pala di Luca Signorelli, misterioso e altero per Pontormo, e poi sempre più potente e trionfante in Luca Giordano, Guido Reni e Tintoretto … Armato di spade e scudo, vestito come un guerriero dell’era classica con corazza ad ali spiegate, in picchiata o stabile sulle gambe, combatte e sopraffà il nemico delle umane genti: … vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dall’Abisso e una grande catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana, e lo incatenò per mille anni: lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perchè non seducesse le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Michele, è l’Angelo il cui nome risuona come un grido di battaglia nel dipinto di Francesco Hayez dove denudato dalla lorica compare nello splendore della nudità di nuovo Adamo vittorioso sull’oscurità. Mentre è puro lampo di bianco mentre chiude ad Adamo ed Eva e a tutta l’umanità le porte del Paradiso Terrestre, con licenza poetica, del Pittore americano John Martin. Ma sarà la consapevolezza che il grande conflitto, bene/male, luce/ombra … rimbomba nel cuore dell’uomo ad ispirare l’ultimo serrato abbraccio, sguardo fisso occhi negli occhi dei due contendenti prima della caduta, Michele e Satana/Lucifero, nei dipinti di Gustav Moreau e di William Blake. Non possiamo dimenticare la possente statua che si staglia sulla cima di Castel Sant’Angelo, il mausoleo dell’imperatore Adriano. E’ immortalato nell’atto di rinfoderare la spada e di avvolgere tutta Roma con le sue ali di aquila. Altrettanto suggestiva è tutta l’Architettura del Santuario dedicato a Michele sul Gargano in Puglia, poco distante da Castel del Monte. L’austerità richiama il vigore delle edificazioni sacre egizie. Sull’ingresso sono riportate le parole della visione, che Giacobbe ebbe in sogno, di una scala che saliva dalla Terra al Cielo: Terribilis est locus iste! Haec domus Dei est et porta coeli. Non possiamo inoltre non citare le superlative raffigurazioni dell’Arcangelo Michele da parte di Raffaello, Piero della Francesca, Guido Reni, di Luca Giordano, il prodigioso Pittore partenopeo che seppe portare sulla tela un Arcangelo di una levità e di una luminosità celeste mai raggiunta prima nell’atto di infliggere al suo avversario un fendente tanto grave quanto sollevato e senza peso tutto il suo essere. Tutto il mondo russo/siberiano è ricco di importanti Chiese dedicate all’Arcangelo, anche nella Siberia mongolica. Esse sono preziosamente adornate con icone dorate, Statue magnificenti, secondo il gusto esotico in parte arabeggiante e in parte scandinavo dell’Arte sacra russa. Ma chi è come Dio? La domanda resta aperta sul mistero dell’esistere di tutto e all’origine di tutto … in cammino lungo strade d’acqua e di terra segnate nel tempo dal nome di un Angelo che combatte senza uccidere. Santi guerrieri, leggeri, inquietanti, potenti. Come nei vortici di vento creato dalle ali, Angeli intervengono nel momento cruciale tra luce ed ombra  nelle opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Caravaggio non ha mai rappresentato l’Arcangelo Michele, ma ne porta il nome e, a mio avviso, ne incarna lo sguardo, e certamente la data del 29 Settembre. E’ un viaggio attraverso il bagliore della potenza dell’Arcangelo Michele e la luce precipitata di Lucifero quello che affrontano Artisti e studiosi con installazioni, video, fotografie, pitture, performance, sculture, incontri ed eventi nel partecipare ad un appuntamento con la Storia dello Spirito esaminando  un’icona tanto diffusa quanto misteriosa come quella dell’Arcangelo Michele: susseguente uovo cosmico, porta socchiusa sul mistero dello Spirito umano, buconero, un vortice, nudi che sprofondano nel buio … Sia Artisti che Curatori si sono chiesti … CHI e COSA è l‘Arcangelo Michele? Le visioni, che sono raccolte nella Mostra e contestualmente nel Catalogo, sono il contributo contemporaneo dell’Arte all’universale quantità di rappresentazioni che questa figura arcaica e archetipica ha ricevuto nel tempo. Ed ora, approfittiamo di questo storico incontro, risultato della ricerca e della partecipazione unanime di Artisti contemporanei che alle soglie del III Millennio aggiornano la figura magnificente dell’Arcangelo Michele, come un lungo racconto itinerario di un viaggio senza fine

San Michele (di Jacopo da Varagine pubblicato sul Catalogo della Mostra dal titolo III Millennio Michele). La festa di San Michele ha per oggetto di festeggiarne la memoria insieme alle sue apparizioni, vittorie e consacrazioni. L’arcangelo Michele è apparso infatti molte volte: la prima volta sul Gargano, monte della Puglia, vicino alla città di Manfredonia, nell’anno del Signore 390. Viveva nella predetta città un uomo chiamato Gargano dal monte in prossimità del quale abitava e che possedeva un gran numero di buoi e di pecore. Una volta che il suo gregge passava lungo i fianchi della montagna un toro lasciò i compagni, salì sulla cima del monte e vi rimase. Quando Gargano alla sera si accorse che il toro non era rientrato nella stalla, radunò i servi e si mise a cercarlo; lo vide alfine sulla cima del monte, vicino a una spelonca. Furioso gli lanciò contro una freccia avvelenata ma la freccia come respinta da un vento misterioso tornò indietro e lo ferì. I cittadini rimasero turbati da tale avvenimento e andarono a interrogare il Vescovo sul da farsi. Questi ordinò loro di digiunare per tre giorni: dopo tre giorni l’Angelo Michele apparve al Vescovo e disse …  Sappiate che Gargano è stato colpito dalla freccia per mia volontà. Io sono Michele Arcangelo, ho stabilito di conservare per me quel luogo e in tal modo ho dimostrato di esserne il custode. Subito il vescovo seguito dai fedeli si recò sulla cima del monte e, non osando entrare nella caverna, a lungo pregò l’Arcangelo soffermandosi sulla soglia. La seconda apparizione avvenne all’incirca nell’anno del Signore 710 sulla riva del mare, in un luogo che dista sei miglia da Avranches: apparve dunque l’Arcangelo al Vescovo di questa città e gli ordinò di fondare una Chiesa sul predetto luogo dove potesse essere venerato come sul monte Gargano. Poiché il Vescovo era incerto sul luogo esatto dove fondare la Chiesa, l’Arcangelo gli disse che doveva essere elevata là dove fosse stato trovato un toro nascosto dai ladri. Ma questo toro fu trovato fra due altissime rupi che nessuna forza umana sarebbe riuscita a spostare. Allora Michele apparve a un uomo gli ordinò di recarsi in quel luogo e di spostare le due rupi: quell’uomo eseguì l’ordine senza durare alcuna fatica. Dopodiché la Chiesa fu costruita e vi trasportarono, dal Monte Gargano, una parte del mantello che l’Arcangelo Michele aveva ivi deposto sull’altare e una parte del marmo su cui aveva posato i piedi. Quel luogo era privo d’acqua ma l’Arcangelo Michele apparve e fece fare in una roccia un foro da cui scaturì l’acqua in grandissima abbondanza. Nello stesso posto si dice che sia avvenuto un altro fatto portentoso: c’è infatti colà una montagna che il mare circonda da ogni parte; ma il giorno della festa di Michele il mare si apre per lasciare un passaggio ai fedeli. Ora, un giorno si trovava mescolata alla folla che si dirigeva verso la Chiesa una donna incinta e prossima a partorire. Ed ecco che a un tratto il mare si richiuse con gran fragore e tutti i fedeli riuscirono a mettersi in salvo all’infuori di quella donna, che, non potendo correre, affogò. Fu però conservata in vita da Michele Arcangelo; per di più generò il figlio fra le onde e subito se lo attaccò al seno. Dopodiché lieta in volto uscì dal mare. La terza apparizione avvenne a Roma ai tempi di Papa Gregorio. Questo Papa aveva istituito le grandi litanie a causa di una crudele peste che infieriva in Roma. Un giorno, mentre pregava per la salvezza del suo popolo, apparve sopra il Castello chiamato una volta di Adriano l’Angelo del Signore che detergeva il sangue dalla spada e la riponeva nel fodero. Dalla qual cosa San Gregorio comprese che le sue preghiere erano state esaudite e da allora quel Castello fu chiamato Castel Sant’Angelo. La quarta apparizione ci viene raccontata dalla storia tripartita: vicino a Costantinopoli era un tempo venerata la dea Vesta: ora in quel luogo è stata costruita una Chiesa in onore di Michele Arcangelo e il luogo stesso è stato chiamato Michelio. Un uomo, di nome Aquilino, soffriva di una ardentissima febbre; i medici gli dettero una pozione ma quello la vomitò e poi seguitò a vomitare qualsiasi cosa gli dessero per cibo o bevanda. Sentendosi vicino a morire Aquilino si fece trasportare nel luogo suddetto; qui gli apparve Michele e gli disse di prepararsi una medicina composta di miele, vino e pepe e di bagnarvi ogni cibo di cui volesse nutrirsi. L’uomo così fece e guarì perfettamente per quanto il rimedio fosse contrario alle leggi della medicina. Numerose sono le vittorie dell’Arcangelo Michele di cui facciamo memoria nel presente giorno. La prima è quella che fece riportare agli abitanti della suddetta città di Manfredonia. Infatti qualche tempo dopo l’apparizione sul Gargano, gli abitanti di Napoli, ancora pagani, dichiararono guerra a quelli di Manfredonia e di Benevento; gli abitanti di Manfredonia, per consiglio del Vescovo, chiesero una tregua di tre giorni per digiunare e invocare l’aiuto del loro patrono Michele. La terza notte l’Arcangelo apparve al Vescovo, gli disse che le preghiere erano state esaudite e che la vittoria avrebbe arriso ai suoi fedeli se avessero attaccato il nemico alle quattro del mattino. Ed ecco che proprio a quell’ora il Gargano tuonò scuotendosi fin dalle fondamenta fra il bagliore dei lampi. Seguì poi una profonda oscurità e cinquecento soldati dell’esercito nemico furono trafitti sia dalle spade degli avversari che da misteriose saette di fuoco. Coloro che sopravvissero abbandonarono il culto degli idoli e si convertirono alla fede cristiana. In secondo luogo deve essere ricordata la vittoria che l’Arcangelo Michele riportò precipitando dal cielo il feroce drago, cioè Lucifero, con tutti i suoi seguaci. Sappiamo che Lucifero aspirò a divenire simile a Dio e che l’Arcangelo, vessillifero del celeste esercito, dopo averlo cacciato dal cielo insieme agli Angeli ribelli lo chiuse nelle tenebre infernali fino al giorno del giudizio. Poiché non è permesso ai demoni abitare nel cielo e nella parte superiore dell’aria luogo limpido e splendente, né sulla terra dove troppo sarebbero divenuti potenti, abitano nello spazio fra la terra e il cielo e molto si dolgono per la vista del cielo che hanno perduto e soffrono insieme per la vista della terra dove abitano gli uomini che hanno la possibilità di ascendere là donde essi sono precipitati. Spesso, col permesso di Dio, gli spiriti maligni scendono fra di noi per provarci e ci svolazzano attorno come mosche, sono infatti innumerevoli; tutta l’aria attorno a noi ne è piena ed è comune opinione che siano fitti come il pulviscolo in un raggio di sole. Ma, secondo quanto scrive Origene, il loro numero diminuisce tutte le volte che vengono vinti dall’uomo. In-fatti un demone che è stato sconfitto da un sant’uomo non può più tentare alcuno almeno per quanto riguarda il peccato in cui non è riuscito a prevalere. Un’altra vittoria è quella che San Michele e i suoi compagni ottengono ogni giorno sui demoni difendendoci dai loro assalti e liberandoci dalle tentazioni. In tre modi gli Angeli ci liberano dalle tentazioni: contrastando con le potenze diaboliche, raffrenando le nostre cupidigie, imprimendoci nella mente il ricordo della passione di Cristo. La quarta vittoria è quella che San Michele riporterà sull’anticristo quando lo ucciderà. Allora, scrive Daniele, si vedrà il gran principe Michele levarsi a proteggere gli eletti. Poi l’anticristo, come si legge nella glossa dell’Apocalisse, si fingerà morto e si terrà nascosto per tre giorni. Infine riapparirà affermando di essere miracolosamente risorto e si solleverà nell’aere trasportato dai demoni. Tutti saranno presi da ammirazione e lo adoreranno. Ma quando sarà giunto sul monte Oliveto Mi-chele Arcangelo gli si farà dinanzi e lo ucciderà. La presente festa è anche una festa di consacrazione perché san Michele ha rivelato in questo giorno che la cima del monte Gargano gli doveva essere dedicata. Dopo la suddetta vittoria gli abitanti di Manfredonia erano incerti se dovessero o no entrare nel luogo dedicato a Michele per consacrarlo. Il Vescovo chiese consiglio al papa Pelagio che così rispose … Se dovesse essere un uomo a consacrare quella Chiesa non ci sarebbe giorno migliore di quello in cui si commemora la vittoria conseguita dall’Arcangelo; ma se diversa è la volontà di Michele, questo non lo possiamo sapere che, direttamente, da lui stesso. Allora gli abitanti della città si misero in preghiera e in digiuno. Dopo tre giorni l’Arcangelo apparve e disse … Non è necessario che consacriate la Chiesa che mi sono costruito perché l’ho già da me stesso consacrata. Aggiunse poi che, il giorno seguente, vi si recasse il Vescovo seguito dai fedeli ad invocare il suo aiuto come quello del patrono speciale della città. A testimonianza della suddetta miracolosa consacrazione San Michele disse che nella parte orientale del Tempio avrebbero visto orme di uomo impresse sul marmo. La mattina dopo il Vescovo seguito da una gran folla si recò nella caverna del Gargano e vi trovò una gran cripta con tre altari, dei quali due volti a occidente e il terzo a oriente, tutto ravvolto da un drappo rosso. Il Vescovo vi celebrò la messa, i fedeli si comunicarono, poi tornarono a casa pieni di giubilo. Nella stessa spelonca sgorga una limpidissima fonte alla cui dolce acqua si disseta il popolo subito dopo la comunione e per la cui virtù molte malattie sono risanate. Infine, nel presente giorno, la Chiesa celebra la commemorazione dell’Arcangelo Michele e di tutti gli Angeli. Infatti è necessario che li onoriamo e lodiamo per molti motivi. Essi sono nostri custodi ministri e fratelli. Sulle loro braccia le nostre anime sono trasportate in cielo, sulle loro ali volano le preghiere nostre al cospetto di Dio e le loro mani rasciugano le nostre lacrime. Sono, come si è detto, nostri guardiani perché ogni uomo ha presso di sé un Angelo cattivo per provarlo e un Angelo buono per aiutarlo, ossia l’Angelo custode a cui siamo affidati fino dall’utero materno perché non moriamo in esso senza essere stati battezzati. Una volta nati, battezzati e cresciuti l’Angelo custode ci preserva dal male ammaestrandoci contro le astuzie del diavolo, esortandoci a rimanere fermi dinanzi alle sue lusinghe, difendendoci dall’infernale violenza. Sull’animo umano quattro sono gli effetti di tale custodia angelica. Il primo effetto è l’avanzare dell’Anima nella via della grazia, la qual cosa avviene mediante l’aiuto dell’Angelo che ci allontana ogni ostacolo che ci impedisce di compiere il bene. Il secondo effetto è l’incitamento a non cadere nel male, e questo fa l’Angelo in tre modi: allontanandoci i motivi di peccato, rimproverandoci quello già commesso perché ne proviamo Orrore, strappandoci da quello che stiamo per compiere. Il terzo effetto è la possibilità dell’Anima di risollevarsi dal male, e questo fa l’Angelo in tre modi: suscitando in noi la contrizione, invitandoci alla confessione, rallegrandosi per la remissione delle colpe. Il quarto effetto è quello di non farci cadere in peccato tutte le volte che a ciò siamo spinti dal demonio e questo fa l’Angelo in tre modi: raffrenando i poteri diabolici, smorzando in noi l’ardore della concupiscenza, imprimendo nelle nostre menti la memoria della passione di Cristo. In secondo luogo, dobbiamo onorare gli angeli come nostri ministri: infatti sono incaricati di compiere mansioni presso di noi e in ciò si manifesta la bontà divina che invia eletti spiriti, a sé strettamente familiari, ad aiutare gli uomini nella lotta per l’eterna salvezza. In terzo luogo, gli Angeli devono essere da noi onorati come fratelli e concittadini. Infatti tutti gli eletti sono assunti in cielo fra le schiere angeliche; alcuni fra le gerarchie di grado superiore, altri fra le gerarchie di grado medio e altri ancora fra quelle di grado inferiore, a seconda dei loro meriti. Solo la beata Vergine è assisa più in alto di ogni angelica schiera. Quanto abbiamo detto è affermato da San Gregorio in una sua omelia, quando scrive: Vi sono alcuni uomini che si accontentano di conoscere ed annunziare ai fratelli solo piccole cose, costoro sono uniti alle schiere degli Angeli. Vi sono uomini che aspirano alla conoscenza dei segreti dei cieli e costoro sono uniti alle schiere degli Arcangeli. Vi sono uomini che agiscono ed operano in modo egregio, costoro sono uniti alle schiere delle Virtù. Vi sono uomini che mettono in fuga gli spiriti maligni con la potenza delle loro preghiere, costoro sono uniti alle schiere delle Podestà. Vi sono uomini che per elette virtù dominano su fratelli ugualmente eletti, costoro sono uniti alle schiere dei Principati. Vi sono uomini che riescono a dominare in se stessi ogni malvagio impulso, costoro sono uniti alle schiere delle Dominazioni. Vi sono uomini in cui il Signore risiede come in un trono e da cui giudica i fatti altrui, costoro sono uniti alle schiere dei Troni. Vi sono uomini che più degli altri ardono di fraterna carità onde sono annoverati nel numero dei Cherubini perché cherubino significa pienezza di scienza e, secondo Paolo, pienezza di scienza è pienezza d’amore. Vi sono infine altri uomini che accesi soltanto dall’ardore di contemplare l’Altissimo, niente desiderando delle cose di questo mondo, trovano completo appagamento nel celeste amore, costoro hanno degna sede fra le elette schiere dei Serafini. Inoltre, gli Angeli devono essere onorati dagli uomini perché ne portano le Anime al cielo, preparandone la via, trasportandole per la via preparata, collocandole nel luogo della eterna gloria. Il quinto motivo per cui gli Angeli devono essere onorati è perché sollevano le preghiere umane fino al cospetto di Dio, le rendono efficaci con la loro assistenza e riferiscono ai mortali la sentenza del Signore. Onde scrive il beato Bernardo … Vola l’Angelo fra il diletto e la diletta, offrendo voti e riportando doni, eccita questa e placa quello. Infine agli Angeli deve essere tributato ogni onore perché molto ci consolano nelle tribolazioni confortandoci e rafforzando la nostra debolezza, preservandoci dalla impazienza, diminuendo l’acerbità del dolore, onde sta scritto … Non appena l’Angelo del Signore discese nella fornace fra i tre fanciulli, vi si sollevò un vento olezzante di fiori.

Il clima interiore della festa di San Michele (testo di Rudolf Steiner pubblicato sul Catalogo della Mostra dal titolo III Millennio Michele) 1. Il combattimento di Michele col drago. Chi volga lo sguardo ad antiche epoche dell’evoluzione dell’anima, deve riconoscere come nella visione del mondo siano mutate le immagini tanto della natura, quanto dello spirito. Non occorre affatto guardare troppo indietro nel tempo. Ancora nel diciottesimo secolo le forze e le sostanze della natura erano pensate più simili allo spirituale e lo spirituale più conforme ad immagini della natura, di quanto non avvenga oggi. Solo in epoca più recente le rappresentazioni relative allo spirito sono divenute del tutto astratte e quelle relative alla natura rimandano a una materia estranea allo spirito e impenetrabile alla visione umana. Natura e spirito sono dunque, per l’odierno modo di intendere, due cose disgiunte e nessun ponte sembra condurre dall’una all’altra. È per questa ragione che grandiose immagini cosmologiche (Weltanschauungs bilder), che avevano un tempo il loro significato quando l’uomo voleva comprendere la propria posizione nell’universo, sono passate nel regno di ciò che viene sentito come fumosa fantasticheria, una fantasticheria cui l’uomo poteva abbandonarsi, solo fintantoché nessun bisogno di esattezza scientifica glielo impediva. Una simile immagine cosmologica è quella del combattimento di Michele col drago. Tale immagine fa parte di contenuti dell’anima che riconducono ai primordi dell’essere umano in modo diverso da come avviene per i contenuti odierni. Oggi, per giungere agli antenati dell’uomo attuale, si tende a risalire ad esseri meno simili all’uomo. Si va, procedendo all’indietro nel tempo, da esseri più spiritualizzati ad esseri meno spiritualizzati. Un tempo invece, per ripercorrere all’indietro il divenire dell’uomo, si voleva pervenire a una condizione più spirituale di quanto non apparisse quella del presente. Si guardava a una condizione anteriore a quella terrestre e nella quale l’uomo, nella forma odierna, non esisteva ancora. Ci si rappresentavano, come propri di quell’antica forma di esistenza, esseri che vivevano in una sostanzialità più sottile di quella dell’uomo attuale. Un essere di tale natura era il “drago” contro cui combatte Michele. Quest’essere era destinato ad assumere, in un’epoca posteriore, la forma umana. A tal fine doveva attendere “il suo tempo”. Questo tempo non doveva dipendere da lui, ma dalla deliberazione di esseri spirituali a lui superiori. Egli avrebbe dovuto dapprima rimettere interamente la propria volontà alla volontà di questi esseri spirituali. Prima del “suo tempo” sorse però in lui la superbia. Egli volle una “volontà propria” nell’epoca in cui doveva ancora vivere nella volontà superiore. In ciò consistette la sua ribellione contro quella volontà. Un’autonomia del volere in tali esseri è possibile solo in una materia più densa di quella esistente allora. Per persistere nella loro ribellione essi dovettero assumere una condizione diversa da quella originaria. Alle intenzioni ribelli dell’essere in questione non si confaceva più la vita nella condizione spirituale in cui si trovava. I suoi simili sentivano la sua presenza nel loro regno come una realtà disturbatrice o addirittura distruttrice. Così sentiva Michele. Egli, che era rimasto nella volontà degli esseri spirituali superiori, si fece innanzi per costringere l’essere ribelle ad assumere la forma che, nella condizione del mondo di allora, era la sola a rendere possibile una volontà autonoma, la forma animale — del drago o del “serpente” —. Tipi animali superiori non esistevano ancora. Naturalmente anche questo “drago” non veniva pensato come qualcosa di visibile, ma di sovrasensibile. Si presenta così alla visione dell’anima di un’umanità più antica, il combattimento tra “Michele e il drago”. Esso era pensato come un fatto avvenuto prima che esistesse una natura visibile agli occhi umani, e prima ancora che comparisse l’uomo nella sua forma attuale. Il mondo odierno è derivato da quello in cui è avvenuto il fatto qui descritto. Il regno nel quale fu risospinto il drago, è divenuto la “natura” rivestita di una materialità che la rende visibile ai sensi. Esso è in un certo modo il sedimento del mondo anteriore. Il regno nel quale Michele ha serbato la propria volontà devota allo spirito è rimasto nella sua purezza, “in alto”, simile a un liquido dal quale si è depositata una sostanza prima in esso disciolta. Questo regno, d’allora in poi, sussiste come una realtà celata ai sensi. La natura extraumana non è tuttavia soggiaciuta al potere del drago. Questi non poté realizzarsi in essa fino alla visibilità, ma vi rimase come spirito invisibile, da essa distinto. La natura invece divenne lo specchio della spiritualità superiore da cui era decaduta. In questo mondo fu posto l’uomo. Egli poté aver parte sia alla natura che alla spiritualità superiore, risultando in tal modo un essere duplice. Nella natura stessa il drago restò privo di potere, ma lo conseguì in compenso in ciò che nell’uomo agisce quale natura. Ciò che l’uomo assume della natura, si esplica in lui come brama, come desiderio animale. In questa sfera ha accesso lo spirito decaduto. Così si spiega la “caduta dell’uomo”. Lo spirito ribelle è stato trasferito nell’uomo, al cui essere tuttavia Michele è rimasto fedele. Se l’uomo si volge a quest’ultimo con la parte del suo essere che origina dalla spiritualità superiore, nella sua anima ha inizio allora “il combattimento di Michele col drago”. Ancora nel diciottesimo secolo una simile rappresentazione era comune a molti uomini. Per loro la natura esterna era lo “specchio della spiritualità superiore”; la “natura nell’uomo” invece era la sede del serpente che l’anima, in virtù della sua dedizione a Michele, è chiamata a combattere. In che modo poteva guardare alla natura esterna un’anima nella quale vivevano simili rappresentazioni? L’approssimarsi dell’autunno doveva destare in lei il ricordo del “combattimento di Michele col drago”. Le foglie cadono dagli alberi, la vita fiorente e germogliante viene meno. Piacevolmente la natura ha accolto l’uomo in primavera, e piacevolmente lo ha beneficato durante l’estate con i doni di un sole irradiante calore. Quando inizia l’autunno, essa non ha più nulla da dargli. Le immagini del suo decadere penetrano nei sensi dell’uomo. Questi deve ora darsi a partire dalla sua stessa umanità, ciò che in precedenza gli ha donato la natura. La forza di quest’ultima si affievolisce in lui sempre più. In virtù dello spirito egli deve ora crearsi le forze capaci di sostenerlo là, ove la natura è divenuta per lui impotente. Il drago perde, insieme alla natura, il proprio potere. All’anima si presenta l’immagine di Michele, di Michele che incalza il drago. Michele era inattivo finché la natura, e il drago con essa, agiva con tutto il suo potere. Coll’avanzare del freddo sorge una simile immagine. L’immagine costituisce tuttavia una realtà per l’anima. È come se si aprisse lo scenario del mondo spirituale che il calore estivo aveva occultato. L’uomo partecipa al divenire delle stagioni. La primavera è benefattrice nell’ambito terrestre; essa tuttavia irretisce l’uomo in una dimensione, in cui l’Avversario contrappone alla bellezza della natura il proprio potere invisibile su di lui, quale bruttezza. All’inizio dell’autunno compare lo spirito della “forte bellezza”, celando la natura la “propria bellezza” e costringendo in tal modo anche l’Avversario all’occultamento. Tali erano i sentimenti di molti che in tempi passati celebravano la festa di Michele nel loro cuore. Che cosa abbia da dire in proposito un uomo del presente che ammetta, accanto alla conoscenza della natura, una conoscenza dello spirito, sarà argomento delle prossime considerazioni. 2. Il combattimento di Michele di fronte alla coscienza contemporanea. Nell’immagine del “combattimento di Michele col drago” viveva una forte coscienza del fatto che l’uomo, in virtù delle proprie forze, deve dare all’anima una direzione di vita che la natura non le può dare. L’odierna disposizione dell’anima è portata a diffidare di una simile coscienza, temendo di venire, a causa sua, estraniata dalla natura. Essa vorrebbe godere della natura nella sua bellezza, nella sua vita pullulante e rigogliosa, e non farsi privare di questo godimento dalla rappresentazione di una “caduta della natura dallo spirito”. Vorrebbe anche nella conoscenza lasciar parlare la natura e non perdersi nel fantastico con l’accordare ad uno spirito, che si elevi al di sopra della natura, una voce nell’aspirazione alla verità. Goethe non ebbe un simile timore. Di certo egli non sentiva nella natura nulla di estraneo allo spirito. Il suo animo si apriva largamente alla bellezza, all’interiore forza di tutto ciò che è naturale. Nella vita umana lo impressionavano le disarmonie, le lacerazioni, le tante cose che inducono al dubbio. Di contro a ciò, egli sentiva un impulso interiore a vivere secondo l’eterna coerenza ed armonia della natura. Da una simile vita egli ha tratto magicamente alcune perle luminose della sua arte. In lui vi era però anche la vaga sensazione, che l’opera dell’uomo debba, in virtù di una creazione originale, compiere l’opera della natura. Egli sentiva tutta la bellezza contenuta in una pianta, ma sentiva altresì qualcosa di incompiuto nella vita di natura che essa manifesta all’uomo. Vi è maggior pienezza d’essere in ciò che nella pianta opera e tesse interiormente, che nella limitata figura di essa, quale appare ai nostri occhi. Accanto a ciò che la natura riesce a conseguire, Goethe avvertiva anche qualcosa di paragonabile alle “intenzioni del la natura”. Che con una simile rappresentazione si volesse personificare la natura, ciò era per lui un fraintendimento. Egli era consapevole che tali intenzioni nel mondo vegetale non erano create dal gioco arbitrario della sua fantasia, ma da lui vedute in modo del tutto oggettivo, così come può essere veduto il colore del fiore. Per questa ragione egli provò irritazione quando Schiller definì l’immagine della tendenza evolutiva della pianta, che egli aveva abbozzato con pochi tratti sotto i suoi occhi, una “idea” e non una “esperienza”. Ribatté allora all’amico che se era una “idea”, egli vedeva appunto le sue idee con gli occhi, come con gli occhi percepiva le forme e i colori. Goethe aveva appunto la sensazione che nella vita della natura non vi è soltanto una tendenza ascendente, ma anche una discendente. Egli sentiva il germogliare, il crescere, il fiorire e il fruttificare, ma sentiva altresì l’appassire, lo scolorire, il disseccarsi e il morire. Sentiva la primavera, ma anche l’autunno. In estate poteva, con il suo animo, partecipare alla vita della natura in pieno sviluppo, ma con animo altrettanto aperto poteva partecipare alla sua morte. Nelle opere di Goethe non si troverà questo duplice sentimento della natura espresso integralmente a parole. Si può tuttavia avvertirlo in tutto il suo atteggiamento dell’anima. In esso vi era ancora un’eco dell’antico sentire relativo al “combattimento di Michele col drago”. Questo sentire era però sollevato alla coscienza dell’uomo moderno. L’atteggiamento dell’anima di Goethe non ha avuto nessuno sviluppo in questa direzione nel corso del diciannovesimo secolo. La più recente concezione dello spirito deve però tendere ad un simile sviluppo. Il sentimento della natura non è completo, se l’uomo con la sua interiorità prende parte solo al germogliare, crescere, fiorire, fruttificare; egli deve possedere un senso anche per lo sfiorire, il morire. Per tal via egli non si rende estraneo alla natura: come non si chiude alla sua primavera e alla sua estate, così è capace di sentire anche il suo autunno e il suo inverno. La primavera e l’estate esigono dedizione dell’uomo alla natura: l’uomo esce da se stesso e si familiarizza con la natura. L’autunno e l’inverno spingono a ritirarsi nell’elemento umano e a contrapporre alla morte della natura la resurrezione delle forze dell’anima e dello spirito. La primavera e l’estate sono i periodi della coscienza naturale dell’anima umana; l’autunno e l’inverno quelli in cui si desta il sentimento dell’autocoscienza umana. Quando giunge l’autunno, la natura trasferisce la sua vita nelle profondità della terra, sottraendo la ricchezza del suo germogliare e fruttificare alla vista dell’uomo. In ciò che essa offre allo sguardo non v’è compimento, ma speranza: la speranza di una nuova primavera. La natura lascia l’uomo solo con sé stesso. Inizia allora il periodo in cui egli, in virtù delle proprie forze, deve dimostrare a se stesso, che egli vive e non muore. La natura estiva ha detto all’uomo: io accolgo il tuo “lo” e lo faccio fiorire, insieme con i fiori stessi, nel mio grembo. La natura autunnale ammonisce l’uomo: raccogli forze dalla profondità della tua anima, affinché il tuo Io viva in se stesso, mentre io celo la mia vita nelle profondità della terra. Goethe rimase indignato, allorché il suo sentimento s’imbatté nella frase di Haller: “All’interno della natura non penetra alcuno spirito creato; beato colui cui essa mostra l’esterna scorza”. Goethe sentiva: “La natura non ha né nocciolo, né scorza, essa è tutto in una volta”. La natura necessita del morire per vivere. Questo morire l’uomo lo può sperimentare. In tal modo penetra solo più profondamente all’interno della natura. Egli, all’interno del proprio organismo, sperimenta la respirazione e la circolazione sanguigna. Essi sono la sua vita. Ciò che a primavera germoglia nella natura gli è familiare come la sua stessa respirazione: esso attira l’anima verso la coscienza della natura. Ciò che in autunno muore non gli è più estraneo di quanto non gli sia la circolazione del suo sangue: esso tempra nella sua interiorità l’autocoscienza. La festa dell’autocoscienza, che fa comprendere all’uomo la sua vera umanità, giunge quando cadono le foglie. All’uomo occorre solo prenderne coscienza. La festa di San Michele è la festa del primo autunno. L’immagine di Michele vittorioso è appropriata: essa vive nell’uomo che durante l’estate si è effuso amorevolmente nella natura, ma che dovrebbe smarrire il suo centro di gravità, se dall’abbandono alla natura non potesse elevarsi al rafforzamento del proprio essere spirituale. 

 


 

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