Antonella Cappuccio Muccino Lettere dal Tempo in onore della Festa delle Forze Armate

Mostra Lettere dal tempo di Antonella Cappuccio Muccino in onore della Festa delle Forze Armate presso lo Spazio Big di Verbania visitabile dal 4 Novembre al 30 Dicembre 2022 → Antonella Cappuccio, Pittrice dalla straordinaria sensibilità fuori da tempo (o forse è più corretto dire “fuori da cinismo del nostro tempo”), ci offre questo regalo: come un’umile sarta intesse “scampoli” di fogli comprati a poco prezzo su qualche bancarella dell’usato, ma dall’inestimabile valore affettivo e come un’artista capace di trascendere il tempo li rende immortali, donando loro una nuova tela su cui brillare e il corpo che la morte gli ha rubato. Cappuccio sceglie la tela grezza come culla in cui deporre le sue lettere d’amore “orfane” e come una levatrice fa la maglia: i suoi colori sono luci che illuminano quel tesoro dimenticato, la sua mano sembra dialogare con la calligrafia di coloro che hanno scritto quelle parole; riesce così a riprendere il filo del discorso sotteso in tutti quei manoscritti lasciando emergere immagini che ne diventano allegoria. Simbolo. La mostra sarà inaugurata Venerdì 4 Novembre dalle ore 18.00 in concomitanza con la Festa Nazionale delle Forze Armate e durerà fino al 31 Dicembre 2022.

 

LETTERE DAL TEMPO

Mia adorata, sto tornando a casa …

Amore mio, non manca molto al termine di questa guerra …

Figlio mio, dammi tue notizie, ti prego …

Cara Madre …

Caro Padre.

Quante cose e quante vite possono rivelare le prime parole delle tante lettere che un tempo eravamo soliti scriverci … prima dei social e delle mail, dei computer e dei cellulari, prima delle videochiamate e delle chat. Basta posare lo sguardo su quelle poche frasi per evocare fantasmi di un paese che oggi sembra essere scomparso. Eppure … eppure quelle parole continuano ieri come oggi ad essere il più tenero vocabolario emotivo delle nostre relazioni. Alla fine di un celebre film in bianco e nero Woody Allen disse: “E mi chiesi se un ricordo sia qualcosa che hai, o qualcosa che hai perduto”. Quella domanda non hai mai smesso di interrogarmi. E se ora sto scrivendo questa lettera è perché spero che chiunque riceva questo “messaggio in una bottiglia” possa farmi compagnia in questo viaggio nel tempo e nelle parole che forse ci condurrà ad una risposta. Dunque, cos’è davvero un ricordo? Una perdita o una ricchezza? Se mi immergo dentro questo concetto così familiare eppure così sfuggente, mi sembra di naufragare in acque lontane, dove la mente è disarmata e il cuore una bussola rotta. Come quando d’estate si osserva una meravigliosa volta stellata e si ha la sensazione di precipitare nella vertigine dell’infinito. Allora volgo lo sguardo indietro, verso il mio passato, e mi rendo conto che certi ricordi hanno un corpo di emozioni e sensazioni cosi vivo che quasi lo si può toccare, hanno un viso che l’eternità non riuscirebbe a cancellare e una fragranza che l’oblio non potrebbe impoverire. Hanno il peso dell’amore quando ci rifugiamo in un abbraccio nel cuore della notte, spaventati dopo un brutto sogno. Essi sono di carne ed ossa, come il corpo nel quale abbiamo scoperto di poterci raddoppiare, eppure sono come l’eco di una voce che risuona inafferrabile. Sono ossimori che trovano armonia: fotografie in movimento, giardini segreti e terre ostili. Restano impigliati alle nostre anime come i fili di una tela che il tempo ci ha cucito addosso, e ogni tanto si riaffacciano come la punta di un giradischi incantato che ripropone sempre la stessa nota … E se li si sfiora si può ancora sentire il calore del ventre che li ha partoriti: essi sono figli del desiderio e dell’angoscia, della speranza e della paura. Del sogno e della necessità. C’è sempre un conflitto al loro interno. Una guerra di cui sono spettatori o portatori. Non importa che questa guerra sia reale o interiore, essi custodiscono le battaglie che il nostro cuore ha affrontato e che ci hanno forgiato. Hanno la pelle consumata da giorni di risate e le rughe scavate da anni di silenzio, sono le ore più preziose e il tempo perso, hanno labbra che si fondono e mani che si allacciano, sono rancori mai sanati, bisogni mai saziati, gioie condivise e ferite che chiedono solo di essere curate. E sono fatti – come direbbe il bardo – della stessa materia dei sogni, perché ci parlano dei nostri più atavici istinti: sopravvivere, andare oltre la morte, amare.

Amare anche quando si è lontani.

Amare anche quando tutto ci dice che è impossibile.

Amare come unica risposta al buio che ci attende.

Essi sono probabilmente i reali mattoni su cui senza rendercene conto costruiamo la nostra esistenza, ma come quelli con cui erigiamo le case in cui viviamo, finiscono per essere nascosti da uno spesso strato di intonaco, una mano di vernice per rinfrescare l’ambiente quando abbiamo voglia di voltare pagina. Eppure basta una canzone lontana, un pezzo di stoffa, un ciondolo, un oggetto passato di moda, o come spesso accade, una lettera, per ritrovarci faccia a faccia con la nostra anima. Per questo rinchiudiamo i nostri ricordi dentro cassetti di cui solo noi possediamo le chiavi, perché non ci saltino addosso quando non ce lo aspettiamo, ma ci parlino solamente quando abbiamo voglia di ascoltarli. Quando siamo fortunati quel tesoro resiste per anni dentro i nostri scrigni più preziosi, sopravvivendo ai traslochi e all’usura, all’umidità e ai furti … e poi … una cosa che non avevamo previsto né immaginato, si verifica: quella lettera, quel fragile foglio di carta, sopravvive anche a noi stessi. E così il tempo sequestra quelle parole alle mani del suo vero destinatario e le offre a quelle di chi vi si imbatte: a volte vengono buttate nella spazzatura, altre regalate, altre ancora vendute … e allora finiscono per appartenere al miglior offerente, o per confondersi in mezzo a mille altre sul banco di un robivecchi … in attesa. Ma in attesa di chi? di cosa? Di qualcuno che sappia riconoscerne il valore universale, di un angelo custode che li sappia elevare a memoria collettiva, perché quei diari, quelle lettere d’amore sbiadite che hanno valicato frontiere, che sono passate al vaglio della censura, quei telegrammi colmi di sentimento e pudore, ci parlano di noi e della qualità che fra tutte più ci contraddistingue. Antonella Cappuccio, pittrice dalla straordinaria sensibilità fuori dal tempo (o forse è più corretto dire “fuori dal cinismo del nostro tempo”), ci offre questo regalo: come un’umile sarta intesse “scampoli” di fogli comprati a poco prezzo su qualche bancarella dell’usato ma dall’inestimabile valore affettivo e come un’artista capace di trascendere il tempo li rende immortali dando loro una nuova tela su cui brillare e il corpo che la morte gli ha rubato. Antonella sceglie la tela grezza come culla su cui deporre le sue lettere d’amore “orfane” e come una levatrice ne fa magia: i suoi colori sono luci che illuminano quel tesoro dimenticato, la sua mano sembra dialogare con la calligrafia di coloro che hanno scritto quelle parole, e riesce così a riprendere il filo del discorso sotteso in tutti quei manoscritti lasciando emergere immagini che ne diventano allegoria. Simbolo. Un bacio si specchia nelle parole di un soldato che scrive: “sto per tornare a casa”. Un abbraccio evoca il desiderio di un altro uomo spedito al fronte. Un sussurro ci parla dell’attesa paziente di una giovane donna … E così quel passato torna a risplendere in tutta la sua bellezza. In un mondo di persone ossessionate dal futuro e dal progresso, Antonella non ha paura di misurarsi con la nostra memoria collettiva, con la tradizione, con la nostra storia, e lo fa sempre con un amore che travolge e incanta. Lei, che proprio dalle sue origini ha sempre tratto la forza vitale per superare ogni ostacolo, lei che ha trasformato la penombra di una casa napoletana dove non batteva mai il sole nella luminosa fonte della sua creatività (che l’ha resa un’artista unica), lei che ha imparato fin da piccola a cogliere la poesia celata dentro i suoi preziosi ricordi, lei oggi, grazie a queste tele omaggia la nostra storia e la nostra memoria con un’opera che esalta e illumina la qualità più bella di noi esseri umani: la nostra capacità di amare. Nell’opera omnia della Cappuccio è facile rintracciare elementi di questo suo inconfondibile weltanschauung, del suo amore per la vita e per gli oggetti della nostra tradizione, nelle sue tele i veri protagonisti sono – per citare un altro suo lavoro – i cosiddetti “passeggeri di terza classe”, ovvero le persone che non fanno la storia ma ne fanno parte, i balocchi dimenticati da un mondo che si è fatto sempre più immemore e tecnologico, bambole di stoffa del secolo scorso …  ma mai, mai come in questa serie di quadri, la sua passione per gli “oggetti smarriti”, o meglio – per le “PAROLE SMARRITE” commuove e tocca il cuore. Antonella ci invita così a guardare ciò che abbiamo dimenticato, ci suggerisce che in quel tesoro risiede la nostra meravigliosa umanità e ci conforta nella convinzione che un giorno anche dei nostri amori, dolori e paure resterà traccia. Perché tramutando i gialli fogli di carta ai quali un soldato, una casalinga o un emigrante hanno affidato le loro ultime urgenti parole, in una opera d’arte colma di tenerezza, lei ci offre la risposta che cercavamo: e cioè che i ricordi non sono né qualcosa che abbiamo, né qualcosa che abbiamo perduto. I ricordi SIAMO noi. Sono la nostra essenza. E forse, a dispetto dell’inclemenza del tempo, la nostra anima immortale.

Con affetto.

Una voce dal passato.

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